Per fortuna c’è chi si ricorda ancora le origine e le radici del suono metal core e crossover, vale a dire thrash e hard-core punk di scuola newyorkese. Gli Agabus, un quartetto di simpatici terroristi del pentagramma, con questo loro disco autoprodotto dall’omonimo titolo, hanno deciso di basare il loro suono di rivolta e protesta sui canoni della musica estrema degli ’80, vale a dire riff Nuclear Assault che s’incastrano su tempi medi e cadenzati (‘Slaves of this Society’), lezione già proposta nella scorsa decade da Pro-Pain e Nailbomb, alternandoli a brani pi aggressivi e brutali in pieno thrash-stile, come ‘Ghastly Soul’ ed a brani dall’incedere rapido, ma questa volta di matrice maggiormente hard-core, dove appare l’ombra delle formazioni della ‘Grande Mela’ quali Sick of It All’. L’alternare tempi, stili e velocità è una caratteristica del four-piece lecchese ed in particolare del comparto voci manovrato dall’ugola di Andrea Aromatisi, supportato dalla sezione ritmica Binda/Micheli, che alterna gutturali growling death, raw vocals hard-core ed excursus nei territori del rap metal e del crossover. Purtroppo, a parte una buona registrazione ed il fatto che i pezzi siano gradevoli ed energici, le composizioni degli Agabus non sempre riescono a coinvolgere e convincere totalmente l’ascoltatore, anche per alcuni difetti esecutivi come la pronuncia inglese di Andrea, un po’ troppo claudicante (Biscardi potrebbe recitare nella compagnia Shakespeare in confronto! – Non offendetevi ragazzi, ma non si può pronunciare così l’inglese) oppure la sezione ritmica, precisa certo, ma non esaltante e travolgente come dovrebbe essere in questo genere e con questi riff. Il lavoro della sei corde di Emiliano Alquà, infatti, è il punto di forza dei dieci brani (ai quali si aggiungono tre pezzi live) che compongono questo CD autoprodotto; potenza, grinta, una certa perizia tecnica e la tendenza a svariare ed essere freschi sono le caratteristiche positive del songwriting di Emiliano ed in generale delle track degli Agabus. Sfortunatamente, il non essere supportato allo stesso modo dagl’altri componenti, porta la chitarra di Emiliano a ripetersi ogni tanto, ed a scivolare in alcuni cliché del thrash, metal-core e crossover (in quei frangenti dove compaiono queste influenze) che fanno scendere il livello del disco. Sono difetti fastidiosi, legati forse all’inesperienza ed ad una personalità musicale ancora da sviluppare, ma che devono invogliare i quattro lecchesi a darci dentro per crescere, visto che sono in grado di produrre anche dei buoni risultati. Un discreto disco, tirando le somme, piacevole a tratti, ma serve altro per poter lasciare il segno. (Andrea Evolti)
|
|